Vuoi trasformare la tua passione per i giochi da tavolo in una carriera?
- La formazione e lo studio dei meccanismi di gioco.
- Come creare prototipi efficaci e i primi passi pratici.
- L’importanza dei playtest e le opportunità per farsi notare.
- Il ruolo dell’editore e gli errori da non commettere.
Quanti di noi, giocando al nostro gioco da tavolo preferito, non hanno mai pensato: “Potrei farne uno anch’io”? Io francmanete non me lo sono mai chiesto nonostante grandi partite al pluribalsonato Monopoly e al meno noto Tesoro degli Incas (lo faceva Raversburger). Mentre al magazine tech Wired invece se lo sono chiesti e a loro va il copy per questo quesito. Il mondo dei giochi da tavolo è un universo in espansione, e con esso cresce l’interesse per una figura professionale tanto affascinante quanto complessa: il game designer. Ma come si fa a passare da una semplice idea a un gioco sullo scaffale di un negozio?
Dall’idea alla pratica: i consigli degli esperti
Andrea Chiarvesio, game designer italiano di successo e docente presso la Scuola Holden (quella di Baricco per capirsi), sottolinea a Wired una distinzione fondamentale: “È giusto distinguere tra il game designer di professione, che tende a creare giochi su commissione, e chi invece ha voglia di pubblicare uno o più titoli ma non pensa di fare questo mestiere nella vita”. Indipendentemente dall’obiettivo, il punto di partenza è lo stesso: la formazione. Il primo gioco che Chiarvesio ha pubblicato è stato Quack Cards per la Dal Negro di Treviso, un gioco di carte che simulava un giorno nella vita di Paperino; il gioco per cui Andrea è celebre nel suo settore è Kingsburg, Best of Show 2008 al Lucca Comics & Games, candidato all’Origins Award.
“Il primo passo è studiare i giochi esistenti, giocarli non per giocarli ma per capirne i meccanismi dall’interno”, spiega Chiarvesio. Frequentare un corso con docenti che siano game designer pubblicati o leggere testi di esperti come Enrico Feresin sono passi consigliati. Per iniziare, l’esperto suggerisce di cimentarsi con giochi “leggeri”, i cosiddetti filler o party game, per acquisire esperienza e imparare dagli errori iniziali.
Prototipi, playtest e l’arte del feedback
Una volta affinata l’idea, è il momento di mettersi al tavolo e creare il primo prototipo. Il consiglio è di lavorare in formato elettronico con software generici o tool specifici come Nandeck per le carte. Le competenze matematiche sono utili, ma un livello “da scuola superiore” è spesso sufficiente. Le abilità artistiche non sono essenziali per i prototipi iniziali, ma un’attenzione all’estetica può aiutare a comunicare l’atmosfera del gioco. L’intelligenza artificiale, ad esempio, può essere un valido aiuto per generare immagini che diano un’idea dell’atmosfera senza perdere troppo tempo.
Lo sviluppo di un gioco richiede tempo: secondo Chiarvesio per un classico family game ci vuole almeno un anno, anche di più per chi è alla prima esperienza. In meno di nove mesi è impossibile fare un buon lavoro. I playtest, ovvero le partite di prova, sono cruciali e devono essere fatti con un pubblico ampio, anche al di fuori della cerchia di amici. Eventi come Lucca Comics & Games sono occasioni ottimali per presentare i prototipi, raccogliere feedback e suscitare l’interesse degli editori.
La sfida del mercato
I game designer sono una rarità ma il settore è in crescita, soprattutto a livello internazionale. Chi volesse addentrarsi nel settore deve riuscire a generare curiosità e sviluppare progetti che possano affacciarsi a più mercati. Essere appassionati giocatori aiuta molto: non è tanto l’estetica a vincere ma piuttiosto il meccanismo di gioco
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