ROMA — Il 26 maggio 2024 segna un momento speciale nel calendario culturale italiano: la Giornata delle Dimore Storiche, un’occasione unica per celebrare e valorizzare il ricco patrimonio artistico e storico del Paese. Promossa dall’Associazione Dimore Storiche Italiane (ADSI), questa giornata è un invito a esplorare e scoprire le meraviglie nascoste di ville, castelli, palazzi e tenute agricole che costellano l’Italia, offrendo un viaggio emozionante nel cuore dell’identità culturale italiana. Tantissimi gli eventi culturali gratuiti in tutta Italia.
Abbiamo intervistato l’arch. Giacomo di Thiene, presidente nazionale di ADSI, figura di spicco nel panorama dell’architettura e del restauro (il restyling di alcuni dei padiglioni che visiterete in Biennale portano la firma del suo studio), alfine di comprendere appieno l’importanza di questa giornata e il significato delle dimore storiche per il tessuto culturale, sociale ed economico italiano.
Il Presidente di Thiene ha sottolineato “l’impegno costante di ADSI nel promuovere, valorizzare e tutelare le dimore storiche italiane, i loro parchi e giardini e tutte le testimonianze artistiche contenute in questi veri e propri scrigni; ogni volta che si aprono si visitano o si partecipa ad un evento, destano meraviglia, facendo percepire al visitatore di essere entrato in contatto con realtà davvero uniche ed irripetibili. Questo anche per il legame profondo che i proprietari di queste dimore hanno tessuto e continuano a sviluppare con le comunità in cui questi beni sono collocati.
Ma cosa si intende esattamente per dimore storiche? Di Thiene ci ha spiegato che queste “sono beni culturali di rilevante interesse storico-artistico tutelati dallo Stato in quanto patrimonio della Nazione ai sensi dell’art. 9 della Costituzione. Si tratta di un patrimonio costituito da beni estremamente eterogenei: case e palazzi, ville e castelli, casolari, parchi e giardini disseminati lungo tutto il territorio (metropoli, cittadine, colline, montagne…). Ognuno di essi costituisce un monumento unico per la sua storia, il suo valore culturale, i suoi problemi di manutenzione. Eterogeneità ed unicità sono la forza e la debolezza di questi beni che costituiscono uno dei principali fattori di attrazione della Nazione e che potrebbero costituire perno della ripartenza soprattutto delle aree interne; ma faticano ad esserlo a causa dell’eccesso di norme che ne frena il restauro e la valorizzazione”.
ADSI rappresenta circa 4.500 proprietari di immobili di interesse storico artistico; le dimore storiche private rappresentano oltre il 17% del totale del patrimonio culturale; oggi – a censimento del MIC ancora in corso – contano oltre 37.000 unità e rappresentano circa il 3 per mille dell’intero patrimonio immobiliare. Si tratta di una piccola parte che però determina un impatto economico, sociale e culturale eccezionale così come emerge dalla lettura dei dati del Rapporto sul Patrimonio Culturale Privato curato dalla Fondazione Visentini e giunto alla IV edizione. La ricerca, sostenuta da ADSI assieme a Confagricoltura e Confedilizia, mira ad evidenziare la multidimensionalità di un patrimonio la cui unicità sta anche nell’interconnessione e stratificazione tra ville, palazzi e castelli, architettura minore, paesaggio oltre che edilizia rurale. Il rapporto è stato presentato al Ministero della Cultura – con l’intervento dell’On. Federico Mollicone e del Sen. Roberto Marti rispettivamente Presidenti delle Commissioni Cultura della Camera e del Senato oltre che di altre Autorità – e più recentemente a Venezia presso il Consiglio Regionale del Veneto con l’introduzione del Presidente ADSI Veneto avv. Giulio Gidoni e la partecipazione del Presidente del Consiglio Regionale Roberto Ciambetti, il presidente della I Commissione Consiliare Luciano Sandonà, l’Assessore al Lavoro Elena Donazzan, il Presidente dell’Istituto Regionale Ville Venete prof. Amerigo Restucci, il Presidente di Confagricoltura Veneto dott. Lodovico Giustiniani, il Presidente Nazionale di Confedilizia dott. Giorgio Spaziani Testa. A relazionare sul tema il condirettore Scientifico della Fondazione Bruno Visentini prof. Luciano Monti e la dott.ssa Claudia Cioffi. “Una caratteristica interessante e mai quantificata prima di questa ricerca – sottolinea di Thiene – è la distribuzione geografica delle dimore storiche: 11% nei Comuni fino ai 2.000 abitanti; 17% in quelli tra 2.000 – 5.000; 26% in quelli tra 5.000 e 20.000; 34% al di fuori delle aree urbane. Dati che dimostrano la centralità di tali immobili per lo sviluppo delle aree interne del Paese che sono quelle che più di altre subiscono il fenomeno di uno spopolamento che va ben oltre il più generale calo demografico. Un fenomeno che mette e metterà sempre più a repentaglio intere parti di Italia e per il quale è urgente pensare a nuove linee di sviluppo: i beni storici sono tra le poche possibili attività da cui ripartire dato che non sono delocalizzabili”.
Ma qual è l’impatto economico delle dimore storiche sull’Italia? Secondo il Presidente di ADSI, queste dimore “costituiscono degli attrattori turistico-culturali senza paragoni in Italia e quindi nel mondo che, se riconosciuti come filiera industriale potrebbero costituire il perno di un nuovo sviluppo economico sostenibile nel medio e lungo termine, dato che già oggi valgono 45mln di visitatori contro i 49mln dei musei nazionali ed occupano lo 0,8% degli italiani. In questo settore c’è un potenziale di crescita di 4 volte dato che oggi ospitano ¼ dei visitatori dei musei. A questi numeri bisogna aggiungere quelli della filiera del restauro che nel 2021, anno ancora pandemico, ha registrato investimenti da parte dei privati, nella manutenzione dei beni, pari a 1,2% dell’occupazione. È poi immediato collegare questo possibile sviluppo al tema dei giovani – che assieme al patrimonio culturale costituiscono l’altra principale risorsa della Nazione – che dentro queste mura e borghi potrebbero trovare i lavori più disparati tenendoli legati ai propri territori. Si tratta di beni che nel loro insieme non sviluppano neanche lontanamente il loro potenziale; per farlo avrebbero bisogno di un progetto a lungo termine in una visione che veda tali beni come strumento di sviluppo del territorio esattamente come accadeva secoli orsono quando si facevano sorgere ville e castelli in aree dove bisognava accrescere la produzione agricola attraverso bonifiche, risorse naturali ecc”. Quindi come fare? “È necessario che la politica, le istituzioni e la società civile prendano una decisione e vedano tali beni come terre rare, risorse, che possono creare sviluppo sostenibile soprattutto nelle aree più fragili d’Italia. E cosa ci sarebbe di più bello che farlo a partire da ciò che rappresenta la nostra memoria, la nostra identità?”.
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