Confrontiamo il sistema salva musei Italiano con quello Usa

28 Aprile 2020 12:00
sistema salva musei Museo Uffizi
sistema salva musei Uffizi

L’Italia vuole bene al suo patrimonio museale? Confrontiamo il sistema salva musei Italiano e mettiamolo a confronto con quello degli Stati Uniti. Si tratta di due gestioni completamente diverse, potremmo dire opposte. Negli States il modello prevede la gestione da parte di privati, mentre in Italia la maggioranza del sostentamento proviene dal pubblico.

Anche all’interno della stessa Europa la situazione non è diversa, rispetto all’Italia. La normativa e la cultura italiana infatti sono sempre state ottime sentinelle del nostro patrimonio, sfoderando situazioni giuridiche del tutto particolari. In Germania, ad esempio, la protezione del patrimonio è a macchia di leopardo, gestita dai vari Lander (gli stati federati della Germania). Può capitare che un’opera sia protetta o no, a seconda dello stato in cui si trova.

In Italia non sarebbe mai potuto succedere quello che capitò alle country houses inglesi, a cavallo degli anni ‘50. In mancanza di una normativa di protezione, il proprietario, libero di agire, poté anche disporne la distruzione, per motivi economici personali.  L’interesse pubblico, nella nostra normativa, viene sempre prima di quello privato. Per questo motivo possiamo affermare che la nostra normativa, è un ottimo punto di partenza per analizzare anche il modello Usa.

Negli Usa, dove il finanziamento è prevalentemente privato, erano già stati avviati programmi on line, tour virtuali. Un solido piano di emergenza che in Italia è stato difficile organizzare. Alberto Garlandini, vice presidente dell’Icom (International Council of Museums) dichiarava al Sole 24 ore: “I musei italiani sono abbastanza attrezzati per le emergenze classiche. Quella come il coronavirus non era immaginabile”.

In Italia, la situazione è molto eterogena. Sempre Garlandi, fa notare che solo da qualche anno, gli introiti della maggior parte dei musei sono costituiti dal 20% da ricavi autonomi. Il resto è l’aiuto dallo stato italiano. Poi ci sono i musei ibridi e privati, dove i ricavi interni sono circa il 60% e le donazioni statali coprono il restante 40%. Anche nel caso ci fossero enti privati, oggi, essi ricevono concessioni pubbliche, poiché si tratta della gestione di collezioni pubbliche. Queste risorse in questo periodo stanno languendo.

Su queste premesse Pierluigi Battista, firma del Corriere della Sera, ha lanciato l’idea di un di un fondo speciale a sostegno delle attività culturali: #unfondoperlacultura. “Si potrebbe definire Fondo nazionale per la Cultura, o Prestito nazionale per la Cultura, o Cultura Bond, il problema non è il nome. Ma sarebbe motivo di grande orgoglio nazionale se riuscissimo a istituire un Piano, con cui i risparmiatori italiani contribuissero a salvare dal disastro, o addirittura dalla morte, quel patrimonio immenso”.

Sempre Garlandini, suggerisce l’utilizzo dell’Art Bonus, un particolare sostegno del mecenatismo a favore del patrimonio culturale. Chi effettua erogazioni liberali in denaro per il sostegno della cultura, come previsto dalla legge, potrà godere infatti di importanti benefici fiscali sotto forma di credito di imposta. Si può pensare anche ad una defiscalizzazione totale per le donazioni, specie in questi periodi di crisi assoluta.

Ecco che entra in gioco il nostro sistema giuridico salva musei. Gli strumenti in esso contenuti rendono possibile l’istituzione di un fondo nazionali o di fondi regionali per i musei. Tuttavia lo strumento più funzionale sembra avere carattere regionale, più che nazionale. Il Codice dei Beni Culturali contiene al suo interno sia la definizione di “tutela” che di “valorizzazione”.  Comprendendo così anche promozione e sostegno degli interventi di conservazione del patrimonio culturale.

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