La 54ª edizione del Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia si apre all’insegna di una visione che guarda oltre i confini del teatro occidentale tradizionale. Willem Dafoe (proprio lui, l’attore americano candidato a quattro Premi Oscar, quattro Golden Globe, oltre ad aver vinto la Coppa Volpi al Festival di Venezia; che abbbiamo visto in Platoon, Missispi Burning ma anche nel più recente inFantastico 4 e Silver Surfer) e’ il direttore della Biennale Teatro. Suo il desiderio di esplorare, in questa nuova edizione, opere provenienti da contesti teatrali meno convenzionali, sottolineando come la “mancanza di familiarità” possa ricondurre alle origini del teatro e ravvivare il legame essenziale tra artista e spettatore. Questa prospettiva mira a riscoprire la forza intrinseca del teatro, vista nella sua immediatezza, nel suo carattere rituale e nell’incontro umano.
Un Otello reinventato
Ad inaugurare il festival, il 7 giugno al Teatro Piccolo Arsenale, sarà il regista giapponese Satoshi Miyagi con la prima europea di Mugen Noh Othello. Miyagi, erede del maestro Tadashi Suzuki, è noto per la sua capacità di reinterpretare i capisaldi della tradizione scenica occidentale, dalla tragedia greca ai drammi shakespeariani, attraverso la lente del teatro giapponese. Mugen Noh Othello non fa eccezione, reinventando Shakespeare alla luce del teatro Mugen-Noh, una delle declinazioni del Noh risalente al XIII secolo.
Il Mugen-Noh si distingue per la sua capacità di ricreare un sogno o un’illusione, un orizzonte unitario in cui vivi e morti coesistono. Miyagi trasforma la tragedia del Moro di Venezia in una rêverie, in cui lo spettro di Desdemona rivive la causa della sua sofferenza, spostando il fulcro narrativo. Questa scelta porta a un orizzonte narrativo inatteso, dove ogni personaggio è affidato a un doppio interprete: uno per il movimento e uno per la parola. Questa duplicità crea una tensione tra i due poli, tra corpi e voci, tra ciò che è detto e ciò che è vissuto, non per narrare nuovamente la tragedia, ma per trasformarla in un “rituale di ascolto”.
Oltre la scena, la trilogia di Banushi
Nel pomeriggio del 7 giugno, l’attenzione si sposterà su Mario Banushi, Leone d’argento di questa edizione, con il primo capitolo della sua trilogia, Ragada. L’evento avrà luogo in un appartamento a Ca’ Malcanton, offrendo un’esperienza più intima. La Biennale presenta per la prima volta integralmente la trilogia di Banushi, in coproduzione con la Fondation Cartier pour l’art contemporain, un’occasione per scoprire il romanzo familiare intessuto dall’artista.
Satoshi Miyagi, con oltre trent’anni di carriera, ha portato le sue opere in importanti festival internazionali, come la sua versione di Antigone che ha inaugurato il festival di Avignone nel 2017, rendendolo il primo regista asiatico a ottenere tale riconoscimento. La sua versatilità si estende anche all’opera lirica, avendo firmato quest’anno la regia di The Great Wave di Dai Fujikura alla Scottish Opera di Glasgow. La sua presenza alla Biennale di Venezia sottolinea la volontà del festival di esplorare nuove prospettive e linguaggi teatrali, proponendo al pubblico un’esperienza che unisce profondità culturale e innovazione scenica.
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