Non domandate da dove veniamo: le apparenze potrebbero trarvi in inganno. Arte e migrazione a Treviso

28 Gennaio 2020 10:34

‘Io non so chi sono’, si chiedeva la scrittrice Isabella Santacroce nella sua omonima biografia. In questo caso, gli artisti presentati nella mostra conoscono la loro identità, ma la domanda non è molto diversa: ‘Non chiedermi da dove vengo’. E i dubbi e quella voglia di raccontare che non ci sono etichette né confini rimangono. Perché non ci sono confini nella mente, non ci sono confini nelle nostre vite, non ci sono confini nell’arte, non c’è materia, non c’è compartimentalizzazione: in definitiva non ci sono razze. Il pensiero e l’identità sono come i popoli nella terra, non hanno confini e migrano, si spostano seguendo flussi particolari spesso imprevedibili ed imprescindibili.

Pitture, fotografie, video ed installazioni raccontano l’arte e la migrazione in questa prima tappa della mostra (anch’essa non a caso itinerante) Don’t Ask Me Where I’m From. Tutte le proposte partono anche dall’esperienza biografica di ciascuno dei 15 artisti selezionati, testimoni preziosi nella vita come nell’arte, della quantità di mondi che il mondo contiene: tradizioni, culture, passioni, nuove idee e antiche consuetudini, e contraddizioni. Chi sono le personalità che ci chiedono di non catalogarli secondo un’etnia o  di confinarli dentro un paese, uno stato? Si tratta di un gruppo di artisti migranti di prima, seconda e terza generazione, selezionati da un comitato di esperti (curatori, responsabili di musei, artisti) che affrontano, in presa diretta, l’esperienza della loro vita, migrante, personale e collettiva in modo anche autobiografico.

Houda Terjuman, nata in Marocco da padre siriano e madre svizzera, ha trovato infatti un modo curioso e geniale per esprimere il concetto del legame con la sua terra natia, nella quale viva ancora oggi. Le sue opere ‘botaniche’, raffigurano una serie di alberi apparentemente slegati tra di loro sopra la superficie terrestre, ma che scopriamo essere legati invece sottoterra, tramite sottili la forti radici che tengono insieme terriccio e fusto. Non domandate di dove sono quegli alberetti, perché le loro lunghe radici sotterranee potrebbero trarvi in inganno.

Assolutamente autobiografica e impressionante è anche l’istallazione delle ciocce di capelli di Jeanno Gaussi, artista nata a Kabul e residente a Berlino. Le sue trecce raccontano in modo diretto quando, a soli 5 anni, le furono tagliati i capelli dalla mamma per farla sembrare più grande e permetterle così di abbandonare l’Afghanistan con meno rischi, accompagnata da una zia. Ed eccola qui in giro per il mondo con all’attivo già numerose mostre (dOCUMENTA e Biennale di L’Avana, Imago Mundi-Germany).

Farihah Aliyah Shah invece, presenta una sua ricerca personale indietro nel tempo, scavando nel passato della sua famiglia e dei luoghi dove è vissuta, con una collezione che ci porta una memoria che rischia di scomparire. Looking For Lucille, (cercando Lucille appunto) raggruppa immagini storiche, fotografie, piccoli ricami e documenti, come un passaporto, tutto dal Guyana, un paese dell’America meridionale.

Le Gallerie delle Prigioni a Treviso, sono liete di presentare questa esposizione visitabile fino al 2 febbraio 2020, nata dalla collaborazione tra Fondazione Imago Mundi e Aga Khan Museum di Toronto. “Ho sempre pensato che il mondo dell’arte sia un forte incubatore di integrazione” dichiara Luciano Benetton, presidente della Fondazione Imago Mundi. “La prestigiosa collaborazione con l’Aga Khan Museum è un nuovo impulso per allargare questa comunità di artisti e dare loro la visibilità che meritano. Penso che il tema delle nuove generazioni di artisti che vivono in paesi differenti da quello della loro origine sia una esplorazione molto importante per porre l’attenzione sulle migrazioni. La storia del mondo è storia di donne e uomini migranti, e di figli nati in nuove patrie.”

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