Terry Atkinson (Thurnscoe, 1939): la sua prima volta in Italia è a Venezia, a Ca’ Pesaro. Si potrà scoprire, fino all’1 marzo 2026, la sua peculiarità: lo smontare la realtà interrogando i linguaggi del potere, mettendo in discussione il ruolo stesso dell’artista. Atkinson è importante perché ha ridefinito, a partire dalla fine degli anni ’60, il rapporto tra pratica artistica e riflessione teorica, aprendo la strada a una nuova concezione dell’opera come dispositivo di pensiero.
La prima personale italiana a Ca’ Pesaro
La Mostra, dal titolo, “L’artista è un motore di significati”, allestita nelle Sale Dom Pérignon e curata da Elisabetta Barisoni ed Elena Forin, è la prima personale che un’istituzione italiana dedica ad Atkinson. Un percorso che ripercorre oltre cinquant’anni di produzione, mettendo in dialogo linguaggio, immagine e politica, e restituendo la complessità di un artista recentemente entrato nelle collezioni della Tate Gallery di Londra.
La guerra come codice visivo
Il racconto si apre con una grande pittura su carta dedicata al Vietnam, esempio emblematico di come Atkinson usi la pittura come strumento di indagine morale. Le Goya Series e gli Enola Gay approfondiscono il tema della rappresentazione dei conflitti e del linguaggio della memoria: se Goya è un riferimento critico, non stilistico, i cieli rarefatti degli Enola Gay nascondono la sagoma del bombardiere di Hiroshima, evocando il fragile confine tra ciò che si vede e ciò che si tace.

Il potere della parola
Con il ciclo Russel, l’attenzione si sposta sulla parola come forma autonoma di pensiero: termini semplici come I e This diventano strumenti per riflettere sul rapporto tra individuo, esperienza e storia. È qui che emerge con chiarezza la matrice concettuale della sua ricerca.
Dall’esperienza di Art & Language alla ricerca individuale
La mostra include numerosi disegni, dagli anni ’60 ai 2020, che documentano l’evoluzione del rapporto tra testo e immagine. Un percorso che affonda le radici nell’esperienza di Art & Language, il collettivo fondato nel 1968 insieme a David Bainbridge, Michael Baldwin e Harold Hurrell, che ha rivoluzionato il modo di intendere l’arte come pratica teorica. Atkinson lascia il gruppo nel 1974, in disaccordo con posizioni che non rispecchiano più il suo pensiero, per proseguire una riflessione più personale.
Una critica dell’arte, non una celebrazione
«Se il lavoro che ho realizzato negli ultimi 40 anni ha una caratteristica che lo attraversa, è la preoccupazione di fare una critica dell’arte piuttosto che una sua celebrazione», afferma l’artista. Una dichiarazione che sintetizza la sua intera poetica.
Una carriera internazionale
Conosciuto anche come Terry Actor, Terry Mirrors, Terry Dog e Terry Enola Gay, Atkinson ha esposto nei principali musei internazionali. Tra le tappe più significative: Documenta 5 nel 1972 con Art & Language; la personale alla Whitechapel Gallery nel 1983; la partecipazione alla 41ª Biennale di Venezia nel 1984; la candidatura al Turner Prize nel 1985.
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