Qualche giorno fa a Padova, al centro culturale Altinate San Gaetano, nell’ambito de La Fiera delle parole…continua, dopo una tredicesima edizione forte di oltre settantamila presenze, lo scrittore e giornalista Erri De Luca ha presentato il suo nuovo libro Il giro dell’oca edito da Feltrinelli. Al centro della narrazione un uomo e il suo incontro con il figlio che non ha avuto, il figlio che la madre – la donna con cui in gioventù lo concepì – decise di abortire. Il dialogo tra i due diviene, così, un’indagine che accompagna l’autore nella sua ricerca interiore e lo porta a riflettere sulla vita, sugli affetti, sulle scelte fatte, sui libri letti e su quelli scritti, sull’importanza delle parole e delle storie. Ed ecco così raccontata la sua infanzia napoletana, la nostalgia della madre e del padre, il bisogno di andare via, di seguire la propria libertà. La stessa sequenza, emozionante e incalzante, tra salti nel passato e ritorni al presente, è quella seguita dallo scrittore durante la presentazione del suo libro.
Alcune considerazioni sulla lingua italiana, che definisce “zitta e quieta, che parla a bassa voce”, una lingua conosciuta in “seconda battuta” e molto diversa dal napoletano che “si mangia le parole a morsi”, diventano lo spunto per riflessioni profonde sul suo stile di scrittura e sulla sua necessità di raccontare, senza mai prescindere dall’esperienza. Erri de Luca racconta, così, che cos’è la sua scrittura e, più precisamente, tutto quello che materialmente la sua scrittura contiene. La sua vita è la sua storia: Napoli, i vent’anni di vita operaia, la militanza rivoluzionaria con Lotta Continua, il volontariato nei paesi dell’Est, la lettura dell’ebraico antico. Tutto questo insieme è la sua scrittura, che per Erri de Luca non è un ingrandimento della realtà ma un rimpicciolimento di quello che succede, una riduzione a dei minimi termini, il condensato di quello che intende raccontare.
L’autore estende poi la sua riflessione, più in generale, alla lingua italiana e all’importanza del vocabolario. “Quando hai un buon vocabolario” – spiega De Luca – “la parola fasulla che ti viene imposta, che ne so, dalla pubblicità, dalla politica, dall’economia, ti si ferma sulla punta delle labbra e poi tu la sputi perché non è quella corrispondente. Diciamo che il vocabolario ti permette una migliore immunità, il tuo sistema immunitario migliora, non ti ammali del morbo della frase fatta, della frase ordinaria, della frase falsa”. Nella scrittura di Erri De Luca si snoda la sua vicenda autobiografica e il vocabolario è il deposito degli strumenti che cerca, le parole. È, la scrittura, il compimento della sua intera esistenza, ed è la scrittura a dare vita a racconti dove i ricordi e la rivisitazione degli stessi alimentano ogni pagina.
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