Il Museo Gypsotheca Antonio Canova di Possagno ha recentemente inaugurato (il 22 marzo) una nuova mostra, “Canova e il potere. La collezione Giovanni Battista Sommariva”, che ricostruisce le prestigiose relazioni che l’artista ebbe con i massimi esponenti del panorama politico e culturale dell’epoca su scala internazionale. Ideata da Vittorio Sgarbi e curata dalla direttrice del museo, Moira Mascotto, e da Elena Catra, rimarrà aperta fino al 3 settembre.

Se il museo stesso esiste e può permetterci di continuare a scoprire aspetti sempre nuovi di quello straordinario uomo che è stato il Canova, lo si deve però soprattutto al fratello, Giovanni Battista Sartori, che raccolse tutto il suo patrimonio per preservarlo. Una figura che la direttrice del museo – in carica dal 2020, classe 1974, originaria di Cavaso del Tomba – conosce fin troppo bene perché, ben lontana dall’immaginarsi di diventare direttrice, ne fece una tesi di laurea, “Giovanni Battista Sartori e la Gypsotheca di Possagno” senza sapere che, insieme al più celebre fratello, Sartori avrebbe continuato a fare parte del suo destino. La folgorazione per il museo, però, come lei stessa ci racconta, era arrivata ancora prima, ai tempi del liceo.
Quando ha visto per la prima volta il museo e come si è inserita in questo contesto?
«La prima volta che sono entrata all’interno del museo, alle superiori, non sapevo cosa aspettarmi, quindi mi sono avvicinata a quella porta, e quando ho visto tutta l’ala ottocentesca e con un colpo d’occhio ho potuto cogliere tutta la bellezza canoviana, davvero ho pensato: sono nel posto più bello del mondo. Me lo ricordo come fosse ieri. Quindi ho svolto qui i primi studi di ricerca, poi sono stata inserita nell’organigramma come educatrice museale e, con il passare del tempo, anche nel consiglio di Fondazione Canova Onlus, fino ad arrivare al ruolo di direttrice».

Come può essere definita la sua conduzione?
«Il nostro statuto prevede che vengano perseguiti tre obiettivi principali: la tutela, la conservazione, la valorizzazione. Senza trascurare gli altri due, io sono particolarmente sensibile al tema della conservazione: è giusto che ogni direttore dia una propria impronta, un proprio taglio nella conduzione del museo. È un nostro dovere consegnare ai posteri il patrimonio così come l’abbiamo ereditato da chi ci ha preceduto. Abbiamo restaurato tutti i bozzetti in terracotta del museo e, prima di ricollocarli nelle loro teche, abbiamo rinfoderato le bacheche cercando i tessuti che Carlo Scarpa aveva voluto. Negli ultimi mesi abbiamo ricollocato sette bassorilievi che erano stati staccati nel 2017 per un intervento di restauro all’edificio. Nei prossimi mesi, invece, faremo un importante lavoro di restauro alla seconda e terza campata dell’edificio e sarà una bella avventura, in cui la tecnologia giocherà un ruolo fondamentale».

È diventata direttrice nel 2020: come ha affrontato un momento storico così difficile e, nello stesso tempo, il peso di un anniversario (i 200 anni dalla morte di Canova) così importante?
«Io sono una persona molto positiva e ho affrontato la sfida con una bella carica di energia. Fortunatamente posso contare su un ottimo staff, un gruppo di lavoro di grandi appassionati. Ho un ottimo rapporto anche con il consiglio di amministrazione e con il comitato di studi. Il periodo era certamente complesso perché avevamo delle aperture in alternanza, ma abbiamo sempre tenuto aperto il museo ogni volta che ci è stato concesso e ci siamo avvalsi della tecnologia: abbiamo cercato di fare le guide anche attraverso le piattaforme e caricavamo i video nei nostri canali social. Ci è sembrato un modo per soddisfare lo stesso, con gli strumenti che avevamo, i desideri dei nostri visitatori, per sentirsi più vicini ed alleviare la pesante situazione attraverso la bellezza».

Com’è nata la mostra “Canova e il potere”?
«Durante una riunione, al nostro presidente Vittorio Sgarbi è nata l’idea di creare una mostra su questo tema: Canova, l’arte e il potere. C’è stato un confronto, dopo di che Elena Catra, che fa parte del nostro comitato di studi, ed io ci siamo messe a progettarne il percorso espositivo, capire quali erano le opere più rappresentative per l’idea che avevamo in testa. Credo che ne sia uscito un buon racconto che permette di approfondire questo binomio indissolubile tra l’arte e il potere, che può essere letto in entrambi le direzioni: l’arte e il suo potere (quello comunicativo e quello di emozionare) da una parte; il potere che si è avvalso dell’arte, dall’altra. La mostra ci permette poi di indagare e approfondire la figura di questo importante collezionista, Giovanni Battista Sommariva, che è stato un uomo di Napoleone, accusato anche di corruzione e speculazione, ma che è stato uno dei più importanti collezionisti del maestro».

C’è stata sintonia tra l’idea del presidente Sgarbi e la vostra curatela?
«Il presidente ci ha dato un input e noi abbiamo steso il progetto scientifico, abbiamo fatto una lista delle opere scelte e l’abbiamo condivisi con lui, per il suo accoglimento. Sgarbi ha una forte personalità, ci detta le linee guida, ma poi è assolutamente aperto ad accogliere proposte e idee, lasciando spazio nella realizzazione».
Anche questa mostra si inserisce nelle celebrazioni del nell’anniversario della morte del Canova?
Le celebrazioni, in verità, sono iniziate da tempo: nel 2019 c’è stato l’anniversario della prima posa del nostro tempio e da lì abbiamo iniziato a parlare di quello che ci si sarebbe aspettato in questo percorso dei 200 anni. Siamo arrivati nel 2022 bene, ma sorpassando un periodo che ci ha limitato a causa della pandemia, quindi abbiamo esteso il programma fino al 2023. Ma ho fatto una riflessione: nel 2024 abbiamo già in incubatrice una nuova mostra ed altri lavori di restauro; per il 2025 e il 2026 abbiamo già progetti importanti a lungo termine; quindi tutti gli anni sono giusti per celebrare l’artista e la sua poetica.

Quale pensa sia il futuro del suo museo?
Il nostro è un museo molto tradizionale, di tutte altre dinamiche rispetto ai musei di arte contemporanea, aperti alla videoarte e a nuove espressioni artistiche. Noi parliamo una lingua neoclassica, rimaniamo fortemente ancorati al passato, ma non senza guardare al futuro: tutta quella tecnologia che ci può essere utile a perseguire i nostri obiettivi la mettiamo in gioco. Basti pensare, ad esempio, alla tecnologia applicata al lavoro di restauro della seconda e terza campata (che costerà 1 milione di euro) e alla possibilità che daremo di visita anche virtuale, attraverso schermi interattivi, che permetterà di osservarne il cantiere e vedere, indossando i visori oculus, anche com’era proprio la situazione della basilica dopo il bombardamento del 1917, grazie alla ricostruzione di foto storiche.
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