Cosi come vi abbiamo raccontato come si vive nella blindata Vo’ Euganeo, cuore del primo focolaio italiano del Coronavirus, ora invece vediamo cosa succede fuori dall’Italia con il mio personalissimo racconto di viaggio.
Da lunedì 24 a giovedì 27 febbraio sono stato a Londra. Viaggio prenotato da mesi (era estate) che si è trasformato in una sorta di fuga, e ritorno, nei giorni della massima tensione (Ndr: tanti mi hanno chiesto: ma sei partito e tornato veramente senza problemi?).
Già da sabato, primo giorno di alta tensione da Coronavirus, il timore di non riuscire nemmeno a lasciare l’aeroporto di Treviso, in direzione del più “disperato” degli aeroporti londinesi, quello di Southend (che si affaccia sulla costa della Manica, alla foce del Tamigi) era forte. In realtà, ve lo anticipo subito, zero controlli in Italia e zero controlli in UK. Tutto regolare.
In una strana atmosfera, che definirei quasi post-nucleare, trascino il trolley lungo i marciapiedi dell’aeroporto Canova: le persone che incontro si guardano e ti guardano con sospetto. Come se scrutandoti nel profondo degli occhi si potesse vedere e sentire l’eventuale ghigno malefico del Covid 19.
Mascherine di ogni fattezza sono sul volto di molti: stranieri e trevigiani. Il personale aeroportuale senza protezioni sembra fuori dal tempo rispetto a molti che si nascondono naso e bocca anche dietro a improbabili sciarpe, forse un regalo poco apprezzato di qualche Natale fa, recuperato al volo. Paura e diffidenza sono palpabili: l’aria è irrespirabile. I controlli al Gate filano via veloci. Una volta a bordo non succede nulla. Anzi: l’atmosfera si fa più rilassata. “Ladies and Gentleman, capitan speaking… benvenuti a bordo del volo… arriveremo a Londra per le ore… Le uscite di sicurezza… anche se il sacchetto non si gonfia l’ossigeno fluisce… Crew ready for take-off”: è la solita voce del comandante mescolata a quella registrata della demo per le procedure di emergenza. Venti minuti di ritardo, il 737 si stacca dalla pista. Ciao Italia.
Dopo un’ ora e 30 di volo, ben oltre le bianche scogliere di Dover, sopra un parco eolico nel mezzo della foce del Tamigi, ecco Southend on the Sea. Le mascherine che imperavano a terra, a bordo nel frattempo sono scomparse. La Corona-Virus-fobia pare essersi fermata al Gate del Canova. Intanto alla dogana la Border Force controlla i documenti: l’aeroporto é piccolo, l’atmosfera é molto più rilassata. Lo scorso anno volai con la British su Gatwick: non c’era nessuna emergenza particolare ma tutto il sistema aeroportuale scontava molta più rigidezza nelle operazioni dovuta indubbiamente ad uno scalo intercontinentale da decine di milioni di passeggeri.
Torniamo all’oggi. Vi risparmio la mia permanenza londinese (anche se un pezzo sugli Harry Potter studios della Warner Bross a breve potrebbe fare la sua comparsa) se non per riportare il percepito dell’emergenza pandemia a Londra: ho visto grandi servizi della Bbc che ha schierato addirittura due inviati in Italia. Ma l’effetto percepito in UK é comunque di vicende lontane che non sembrano poter scalfire il tran tran quotidiano del regno di Sua Maestà. I musei sono aperti, i bambini vanno a scuola (tira un vento cane ma sono tutti in manche di camicia e maglionino primaverile), i locali sono pieni, scorrono lungo le ‘road’ i taxi, viaggiano pieni i double decker, la metro traborda di pendolari, le bici (quelle pieghevoli sono il trend del momento) sfrecciano, al pari dei monopattini elettrici. Il fiume scorre lento. C’è il cambio della Guardia a Buckingham Palace. Intanto, in Italia, monta la tensione e i supermercati vengono assaltati.
Al ritorno, giovedì 27 febbraio, nulla è cambiato. Nessun controllo all’aeroporto inglese. Un piccolo manifesto all’entrata ricorda l’emergenza Covid 19: chi proviene da paesi orientali come ad esempio Cina, Giappone, Hong Kong, Korea, ed ha sintomi come tosse, febbre, respiro corto, é invitato a stare chiuso in casa ed avvisare il servizio sanitario.
Spediamo una cartolina via Royal Mail e poi via, verso i controlli di sicurezza. Il personale è preciso: i liquidi vanno imbustati. Per il resto se “suoni” al portale del metal detector vieni sottoposto ad una scansione più approfondita (no, non ci sono gli scanner termici per ogni passeggero). Nessuno porta mascherine. Novanta minuti dopo il decollo, all’arrivo in Italia, ad accoglierci c’è il solito scenario post-atomico. A sorpresa, in una zona intermedia, tra la pista e l’aerostazione, quattro uomini della Croce Rossa misurano la temperatura a tutti. Sono serrati in una tuta semitrasparente, portano maschere ad elevato grado di protezione. Forse hanno degli occhiali. Non lo ricordo. Lo spazio é angusto e poco luminoso. Il gruppo di sanitari, che ci sbarra la strada, incute timore. Qualche bambino arretra: una battuta, un sorriso (anche se dietro la mascherina non si vede poi tanto) e la tensione si allenta.
Vi giuro però, che in quell’istante: fermo, intrappolato tra 200 persone in una sorta di container senza finestre, tra decine di cartelli No Foto No Video, ridotto a topo da cavia, ho avuto un po’ di timore. Avrei voluto tornare indietro. Ma, cavoli, ero a casa mia.
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