Sull’andamento del Coronavirus è presto per fare pronostici sulla fine della quarantena e sulla capacità degli anticorpi di donare l’immunità: no quindi ai facili entusiasmi su un ipotetico allentamento della quarantena. “Da circa una settimana i ricoveri sia in reparto che in rianimazione sono in calo, ma è ancora presto per fare qualsiasi pronostico. Questo virus ha dimostrato una capacità di diffondersi al di là di ogni ragionevole previsione”.
Parole di Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Medicina molecolare dell’università di Padova e dell’unità operativa complessa di Microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera, riportate da il Bo Live.
“In questo momento – prosegue Crisanti – non mi pronuncio ancora in merito ai test sierologici: li stiamo valutando. Non ci si può sbilanciare su ciò che poi ha un impatto epidemiologico tanto importante. Stiamo valutando i test in chemiluminescenza, insieme a molte altre tecnologie. I test in chemiluminescenza, ad esempio, hanno una sensibilità e una specificità superiore al 95%, ma questi sono dati analitici che nulla hanno a che vedere con le prestazioni diagnostiche. I test sierologici, in questo momento, non hanno valore diagnostico”.
Una delle domande più diffuse sul Coronavirus riguarda lo sviluppo degli anticorpi ovvero se questi donano il beato status dell’immunità. Quindi se un individuo che sviluppa gli anticorpi a Sars-CoV 2 è immune alla malattia o può essere contagiato di nuovo. La risposta è netta: “Non lo sa nessuno. Non sappiamo se questi anticorpi siano protettivi o addirittura se siano la causa della patologia. Ci sono molte malattie infettive in cui gli anticorpi aggravano la malattia”.
“La verità – continua – è che non si può dire nulla. Non sappiamo nemmeno se questi anticorpi siano neutralizzanti, non sappiamo quanto durino, non sappiamo se siano parte del problema e se siano specifici. Ciò che stiamo facendo è un esercizio di proiezione per analogia: poiché in altre malattie avvengono determinati processi, si ritiene che lo stesso debba accadere anche in questa infezione. Ma di questa patologia non conosciamo nulla e dunque la prudenza è d’obbligo”.
Ma c’è una buona notizia. Crisanti assieme ad Antonella Viola, direttrice scientifica dell’Istituto di ricerca pediatrica-Fondazione città della Speranza e docente di patologia generale all’università di Padova, hanno avviato in questi giorni un progetto di ricerca che ha l’obiettivo di verificare la risposta immunitaria al Sars-CoV-2 su un campione di popolazione del Veneto, in particolare.
“Stiamo cercando di indagare se gli anticorpi prodotti siano neutralizzanti – spiega Viola – cioè se blocchino l’ingresso del virus nelle cellule. Nel caso lo fossero, bisognerebbe capire qual è il titolo di anticorpo sufficiente per proteggere e soprattutto quanto dura l’immunità. Gli altri coronavirus hanno delle risposte molto transienti, l’anticorpo si produce ma poi sparisce immediatamente”.
“Se ci ammaliamo di continuo di raffreddore, ad esempio, è perché i coronavirus che ne sono responsabili non danno l’immunità. Lo stesso potrebbe valere anche per Sars-CoV-2: non è detto che dia l’immunità. Oppure questa potrebbe durare uno, due mesi e poi sparire. Non lo sappiamo ancora”.
I ricercatori sono chimati ad analizzare campioni di sangue di pazienti asintomatici, pauci-sintomatici e sintomatici (questi ultimi suddivisi tra chi guarisce, chi viene ricoverato in terapia intensiva ed eventualmente chi non supera la malattia), sia pediatrici che adulti, per giungere alla caratterizzazione della risposta immunitaria a SARS-CoV-2. Le indagini sono condotte utilizzando la tecnologia della trascrittomica a singola cellula.
Il progetto di ricerca, finanziato da Fondazione Città della Speranza, vede la partecipazione anche di Annamaria Cattelan, direttrice dell’unità operativa complessa Malattie Infettive e Tropicali dell’Azienda ospedaliera di Padova, di Giorgio Perilongo, direttore del Dipartimento di Salute della Donna e del Bambino, e di Liviana Da Dalt della stessa struttura. Lo studio, infatti, mira a comprendere anche perché lo stesso virus abbia effetti così diversi negli adulti e tendenzialmente lievi nei bambini.
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