Gli “affari di famiglia” dei Tonolo: quando la fisarmonica di mamma si suonava in due

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In quarant’anni di carriera, solo ora i fratelli miranesi Marcello e Pietro Tonolo incidono un disco da co-leader. Già disponibile nelle piattaforme digitali, esce per Caligola Records in distribuzione fisica a fine aprile, in concomitanza con il decimo anniversario dell’International Jazz Day.

Pianista il primo e sassofonista il secondo, Marcello e Pietro negli anni hanno portato avanti con successo i progetti personali, registrando decine di album con artisti di fama internazionale, ritagliandosi ciascuno un ruolo importante nella scena jazzistica e distinguendosi anche come stimati insegnati in conservatorio. Sono stati tra i primi, all’inizio degli anni ’70, a lanciarsi nella professione in un’epoca in cui suonare jazz da professionisti in Italia era pionieristico. Ma entrambi sono consapevoli che, se sono riusciti a trasformare la loro grande passione in mestiere lo devono, oltre che al loro impegno e al loro talento, ai loro genitori. Motivo per cui hanno scelto di lasciare la stesura delle note di copertina di “Our Family Affair” a mamma Leny Herzog Tonolo, classe 1923, di origini svizzere.

Il racconto di mamma Leny

«In casa c’è sempre stata la passione per la musica: dischi, belle canzoni, concerti. Io suonavo la fisarmonica a orecchio. Ce l’avevo fin da ragazzina, quando cantavo assieme a mia sorella, che suonava la chitarra. Anche mia mamma cantava e amava l’opera, mentre mio padre preferiva le marcette. Giancarlo, mio marito, che aveva una piccola industria grafica, aveva una nutrita collezione di dischi di musica classica, in particolare sinfonica. Ho sempre creduto nel valore e nell’importanza della musica nella formazione e nell’arricchimento personale. Così, a una certa età, abbiamo introdotto i nostri figli allo studio della musica».

Il primo strumento per tutti e tre (Marcello, classe 1955, Pietro, classe 1959, ma anche la sorella Caterina, classe 1957, l’unica che non ha continuato il percorso musicale, ma ha seguito le orme del padre) è stato il pianoforte. Poi Pietro è passato al violino, forse più indirizzato dagli insegnanti che per suo volere. Ma prima, molta teoria: «Ricordo bene il periodo del solfeggio. Coincideva con il momento del loro cambio di voce: era una cosa straziante ascoltarli, ma faceva anche molto ridere! Non vedevo l’ora che la cambiassero. Poi, per stimolarli di più, ho voluto imparare anch’io e di nascosto, quando in casa non c’era nessuno, mi mettevo a studiare e a farmi una suonata. A volte li facevo esibire per i parenti, durante le feste».

Marcello e Pietro frequentavano le scuole superiori e nel contempo studiavano musica. «A un certo momento, però la musica è prevalsa e, quando è arrivato il tempo di iscriversi all’università, con mio stupore Marcello e Pietro hanno espresso il desiderio di continuare a studiare in conservatorio e di avviarsi alla formazione professionale. Inizialmente io e Giancarlo avevamo qualche perplessità, sinceramente pensavo rimanesse una passione, ma poi ho detto loro: “Se è questo ciò che vi interessa, fatelo. Ma fatelo sul serio, perché occorre impegnarsi e andare a fondo nelle cose”».

La svolta: il jazz

La svolta c’è stata quando è arrivato il sassofono di Pietro: «La vita – continua Leny – è cambiata: è entrata la libertà, la creatività, l’incontro di tanta gente di varia personalità e culture, anche dall’America, legata dal comune interesse per “quella musica”, il jazz. La nostra casa è diventata un accampamento per musicisti. Ricordo gente che veniva a mangiare e dormire, e non sapevo chi e quanti fossero, quanto sarebbero rimasti, e cosa cucinare. Una gran confusione, insomma. Ma era davvero bello vedere che, nelle loro diversità, tra musicisti si scambiavano idee, eliminavano tabù, così le diversità (anche in termini di possibilità) si annullavano: avevano solo la musica, un linguaggio comune che rende tutti uguali, e questo bastava. Nonostante lo smarrimento iniziale per quello che poteva sembrare un abbandono della musica classica, ho visto nel jazz per i miei ragazzi una possibilità in più per inventare, creare qualcosa di nuovo e di proprio. E poi, loro erano contenti. E cosa può volere di più una mamma, se non vedere i propri figli felici?».

Il racconto di mamma Leny trova riscontro nelle versioni dei figli, anche se il punto di vista è diverso.

La versione di Marcello

«Se devo dirla tutta, ho iniziato a studiare pianoforte per dovere: una volta era così, facevi quello che ti veniva detto di fare. Ma poi mi sono appassionato. Avevamo il pianoforte in casa, uno Schimmel (che poi ho donato alla scuola Thelonious Monk di Mira, che ho fondato nel 1987 assieme a Maurizio “Bicio” Caldura). Ricordo che Pietro già lo suonava a orecchio, prima ancora di riuscire ad arrivare a toccare bene i tasti. Io e mio fratello siamo sempre stati legati, sia nella musica che nella vita. Anche adesso, quando ci è permesso, giochiamo spesso a tennis assieme. Ma abbiamo quattro anni di differenza e amicizie diverse. Lui ha vissuto anche per un periodo a Milano. Da ragazzo, lui si aggiungeva alle mie frequentazioni. Quando suonavamo nella sala prove a Mirano, in zona Molini, posto che presto è diventato punto di riferimento per numerosi musicisti, era sempre il più piccolo. Crescendo (parliamo degli anni ’70), abbiamo cominciato a interessarci al rock, a suonare cose diverse dalla musica classica, in modo abbastanza naif, perché non avevamo nessuna base, e abbiamo formato un gruppo che faceva una musica strana, che qualcuno chiamava jazz-rock, improvvisando. Abbiamo conosciuto il jazz attraverso il rock, appunto. Quello contaminato di Frank Zappa, per capirsi. Pietro suonava il violino alla Jean-Luc Ponty (violinista francese di musica jazz fusion), ma anche la chitarra. E poi è arrivato il sax».

«A quei tempi – continua il pianista – il jazz veniva associato a politiche di sinistra, veicolando messaggi di minoranze, oltre a quella afroamericana, e c’erano diverse occasioni per fare concerti. Noi non abbiamo preso subito la strada dell’avanguardia: ci interessava prima imparare a padroneggiare bene il linguaggio. Non c’erano scuole e neppure testi di jazz a portata di mano. Fondamentale per la nostra crescita musicale sono stati gli artisti che frequentavano casa nostra (grazie alla proverbiale pazienza dei nostri genitori), come Sal Nistico, come i musicisti americani di passaggio, tra i quali Chet Baker. Ma soprattutto Massimo Urbani, che era diventato di casa: per stargli dietro durante i concerti sono stato costretto a fare davvero un salto di qualità. Indispensabile è stato anche partecipare ad un seminario con Giorgio Gaslini alla Scuola Grande di San Giovanni Evangelista di Venezia, a fine anni ’70, a cui hanno preso parte giovani allievi da tutta Italia. Abbiamo visto per la prima volta un real book e, tra teoria, ascolti, analisi e prove, ci ha aperto un mondo. Con il nostro quartetto Jazz Studio abbiamo avuto modo di esibirci in contesti importanti, a Venezia, ma anche, ad esempio, a Milano, al Capolinea. È stato così che abbiano cominciato a farci un nome».

La versione di Pietro

«La più grande fortuna, mia e di Marcello, è stata certamente quella di crescere in una famiglia come la nostra: non di musicisti, ma di persone che amano molto la musica e ne riconoscono l’importanza nella formazione delle persone, cosa purtroppo rara in Italia, programmi scolastici compresi. Marcello, che ha quattro anni più di me, ha fatto da apripista, manifestando da subito per la musica una notevole predisposizione. Io, quindi, ho iniziato da piccolissimo. La fisarmonica di mamma ci sembrava enorme e pesante, tanto che per suonarla ci mettevamo in due: uno tirava il mantice e l’altro suonava i tasti. Io sono passato dal pianoforte al violino, anche per questioni logistiche, anche se tutt’ora suono il piano volentieri: resta la base per ogni musicista e – aggiunge il sassofonista, scherzandoci su – ho anche uno Steinway splendido, più bello del piano Yamaha di mio fratello».

«Con il violino – continua Pietro – non è stato un rapporto felice: lo studiavo anche nelle orchestre di musica da camera, ma la musica classica mi è sempre piaciuta più da ascoltatore che da esecutore. Non è mai scattato quell’innamoramento, quella connessione che invece c’è stata con il sassofono. L’ho sentito per la prima volta in un circo, suonato da un clown, e ne sono rimasto affascinato. Poi nei nostri gruppi, dove suonavo rock anche con chitarra e violino, abbiamo sperimentato nuove musiche, ci siamo avvicinati al jazz, ho scoperto Charlie Parker, Sony Rollins. Nel jazz ho trovato un linguaggio dove sentirmi a casa. Ma intanto, a casa, erano mamma e papà a dover tollerare orde di musicisti, tutti molto giovani, che si fermavano a suonare e a dormire da noi: sono stati eroici. Quanto è stato importante, ad esempio, per noi Massimo Urbani. Preziosa è stata anche l’esperienza con la Keptorchestra, assieme a mio fratello».

Il nuovo disco

La Keptorchestra era (ed è tutt’ora) una sorta di laboratorio aperto, nato nella seconda metà degli anni ‘80, una big band diventata punto di riferimento del jazz orchestrale in Italia, composta da grandi talenti e senza un leader, che ha visto il contributo di maestri e leggende come Steve Lacy, Lee Konitz e Joe Lovano. Ma anche la perdita prematura di colleghi e amici carissimi di Marcello e Pietro, come Maurizio Caldura e Marco Tamburini. I due fratelli, nel disco “Our Family Affair”, omaggiano anche Steve Grossman, musicista statunitense scomparso lo scorso agosto con cui avevano condiviso alcuni progetti, dedicandogli il brano “Remembering Steve”. Le nove tracce di “Our Family Affair” (sei composte da Marcello e tre da Pietro) raccontano pure loro, con le note, pezzi di vita dei fratelli Tonolo, lasciando trasparire, in certi casi, familiarità e affinità musicale: «Il brano “Il sottoscala” di Pietro e il mio “Ace”, ad esempio – sottolinea il pianista – hanno soluzioni armoniche simili, nonostante siano stati scritti in tempi e luoghi totalmente diversi».