Come ripensare lo spazio mentre aspettiamo che la pandemia scompaia, alcune idee

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Dobbiamo ripensare lo spazio: servono idee perchè la pandemia così come è arrivata se ne andrà. Non sappiamo quando, non sappiamo come. Ma nei secoli la storia ci insegna che le epidemie sono un fenomeno transitorio; questo detto facendo però i conti con i tempi della natura che per un uomo invece possono essere abbastanza lunghi.

La Biennale Architettura, che quest’anno non si terrà nemmeno in modalità dimezzata (annunciato lo spostamento al 2021) aveva in se un titolo predittivo: How will we live together? Come vivremo insieme? Su D di Repubblica Hashim Sarkis sottolinea che già prima della pandemia era chiaro “abbiamo bisogno di un nuovo spatial contract che affronti i cambiamenti climatici e i crescenti rischi planetari”; interessante notare come “gli architetti partecipanti alla Biennale fanno domande sorprendentemente pertinenti: possiamo immaginare la totalità del pianeta come spazio comune? O diventare più inclusivi rispetto a chi abita con noi il pianeta? O ancora, creare nuovi spazi istituzionali ibridi, virtuali e analogici, che ci consentano di esistere in entrambi i regni?”. Quesiti che sono molto interessanti osservando che da quando il mondo si è fermato la natura si è ripresa ben bene i suoi spazi.

Emanuele Coccia è professore presso l’Ecole des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, e sottolinea sempre come “ci hanno molto colpito, durante il lockdown, le foto degli animali che come in una favola si riaffacciano in città. E la prova che non abbiamo bisogno di ricostruire le nostre skyline per accogliere gli animali, non servono piani urbanistici particolari: è questione dì volontà. Ed è la prova che le metropoli non ci appartengono in modo esclusivo. Bisognerebbe riscrivere un nuovo patto urbano e trasformare le città del futuro in ecosistemi, in cui possano convivere più specie possibili, animali e vegetali”.

 

Secondo Stefano Mancuso, direttore del Laboratorio internazionale di Neurobiologia vegetale di Firenze “sbagliamo a pensare alla città come qualcosa di separato dalla natura. Anzi: ogni superficie della città dovrebbe essere ricoperta di verde”. Ironia della sorte a Prato sta nascendo la prima Urban Jungle italiana: “copriremo di vegetazione le facciate di case popolari e del mercato, e nascerà la Fabbrica dell’Aria, per depurare l’aria indoor. Bisogna reimmaginare le nostre città. E mantenere la biodiversità, anche per evitare future possibili pandemie”.

Come ripensare lo spazio dopo la pandemia, un rooftop tra le idee

Andando all’estero scopriamo che lo studio Olson Kundig di Seattle ha già pensato di analizzare come riutilizzare aree urbane mai prese in considerazione: i roof-top, che se non sono già diventati bar alla moda, possono “diventare orti e giardini pubblici interconnessi da un sistema di ponti. Anche per un’agricoltura sostenibile, a chilometro zero”.

Insomma pare che dovremo rivedere la quantità di verde nelle nostre case e nelle nostre città. Sarà veramente così? Saremo abbastanza veloci ad adattarci? A fine Agosto, se tutto va liscio, alcune idee su vita quotidiana e futuro le potremo vedere a Venezia alla Biennale Architettura.