Celestia, la città immaginaria, la Venezia sognata, nel libro di Manuel Fior

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Celestoa
Celestia

La grande invasione è arrivata dal mare. Molti sono fuggiti, alcuni hanno trovato rifugio su una piccola isola della laguna. Un’isola di pietra, costruita sull’acqua più di mille anni fa. Il suo nome è Celestia. Distrutto il ponte che la collegava alla terraferma, Celestia è diventata un ghetto abitato da delinquenti, trafficanti vari e una comunità di giovani telepati.
Dora e Pierrot, i protagonisti di questa avventura, si spingeranno fino ai limiti della laguna per scoprire il nuovo mondo che la circonda.

Una società al contrario in cui i bambini si prendono cura dei pochi adulti superstiti dell’invasione, ancora rinchiusi nelle loro fortezze.
Sarà proprio quest’ultima generazione a indicare le coordinate di un’umanità nuova, dalla forza incontenibile, ancora senza un nome. Due ragazzi in fuga da loro stessi, dalle proprie paure, in cerca del proprio ruolo in un’epoca di grandi mutamenti.

La metafora di un’isola che, nella crisi del mondo intorno, ritrova la sua centralità nella storia.

Celestia è la protagonista di un libro di Manuel Fior, uno dei disegnatori più apprezzati in Italia e all’estero, noto per le sue numerose collaborazioni con riviste con The New Yorker, Le Monde, Vanity Fair, quotidiani come La Repubblica, Il Sole 24 Ore e case editrici come Feltrinelli, Einaudi, EL.
Celestia è una città immaginaria e allo stesso tempo reale. Si potrebbe definire come “il sogno di Venezia”.

I rimandi alla città lagunare nel libro sono evidenti. La struttura labirintica, i riferimenti puntuali all’architettura e il suo essere una città “sospesa” e “fuori dal tempo”.
Non è possibile collocare Celestia nel passato ma nemmeno nel futuro, è un miscuglio di epoche, una stratificazione architettonica e urbanistica dove tutto convive.
Il riferimento all’aspetto onirico che caratterizza Venezia è, per Fior, un elemento davvero interessante che, citando Brodskij, in un’ intervista rilasciata al Tascabile, definisce così:

“Venezia assomiglia sì a un labirinto, ma anche – e non so se questo lo ha detto qualcuno o l’ho pensato io – a un cervello. La struttura non solo di Venezia ma di tutta la laguna, con le sue anse, ricorda una forma cerebrale. Tra le tante e bellissime metafore che trova su Venezia, mi ha colpito quella del vaporetto che, nella sua forma conclusa, sembra l’unico pensiero razionale che attraversa il mondo del subconscio, del disorientamento e della contraddizione. In un altro passaggio, addirittura, scrive che l’architettura veneziana non può essere stata progettata da architetti svegli, ma da architetti che sognavano”.