Povera Venezia!

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Povera Venezia. Questa non ci voleva. Anche perché un vaporetto incagliato sopra (proprio sopra) riva degli Schiavoni ancora non si era visto. Povera Venezia. Costretta a festeggiare con una nuova ‘acqua granda’ (la seconda di sempre) l’anniversario di quell’evento del 1966 che tutti vorrebbero dimenticare. Nei racconti dei ‘veci’ c’è ancora incredulità: quella notte, di oltre mezzo secolo fa, l’acqua, che dopo il ciclo della marea di solito scendeva, continuava a salire.
Povera Venezia. Oggi, come ieri, i simboli della Serenissima colpiti tutti quanti: San Marco, con l’acqua che è entrata ovunque. La Fenice inagibile, al buio: perchè anche solo l’idea di un possibile cortocircuito ha richiamato lo spettro delle fiamme del 1996. A Ca’ Pesaro invece le fiamme sono comparse ma subito sono state domate.
Una tragedia che riaccende i riflettori sul Mose: il Modulo Sperimentale Elettromeccanico. Chi si ricorda, negli anni ’80, le torri del modellino arancione del MO.S.E (ma quanto ci piacciono gli acronimi), svettavano in acqua ed erano ben visibili a pelo di laguna. All’epoca ero un bambino. Oggi le torri non ci sono più, io ho la barba, ma siamo sempre senza un sistema di protezione efficace di Venezia.
Povera Venezia. Non è in discussione nè se la città vada protetta (va protetta eccome) nè come farlo. Il Mose è sostanzialmente finito ma non è in grado di funzionare: questo è il nodo drammatico. Da ricordare che le barriere dovevano essere sollevate simbolicamente il 4 novembre scorso. Poi una strana storia di tubi che vibravano ha cancellato l’operazione. Un nuovo rinvio. Ma siamo sicuri che la città più amata (ed unica) al mondo abbia la forza di aspettare? Se andiamo a contare i danni alla Basilica di San Marco direi di no. Davanti agli occhi del mondo occorre tirarsi su le maniche. Per davvero. Altrimenti non solo povera Venezia ma poveri noi.